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Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Il dibattito sulla carta del paesaggio olivicolo, il 4 novembre 2007
 

“Un uomo traccia con l’aratro un cerchio nell’erba
e vi si pone al centro...
Lì è la sua casa!”

di Renzogallo[*]


Nei ritratti di “Personaggio” del quattrocento e del cinquecento appare sempre sullo sfondo un paesaggio. Questo è il territorio in cui il ‘Personaggio” domina. Talvolta, nel paesaggio è visibile la minuscola figura di un viandante. La sua presenza giustifica quella del paesaggio. Il viandante percorre il paesaggio e guarda. Un paesaggio non visto non esiste, non può, quindi, essere narrato.

Nei quadri di Kaspar Friedrich, alla fine del settecento e inizio dell’ottocento, nel paesaggio appare una piccola figura umana sempre di spalle, rispetto allo spettatore. Questa figura non compie nessuna azione, non è un viandante, osserva semplicemente la dominante fisicità della natura. E’ la misura passiva del paesaggio. Quando l’uomo non c’è, al suo posto appare una sua opera che non violenta la natura ma ne interpreta simbolicamente la sacralità: una grande croce o una maestosa chiesa. E’ la misura attiva del paesaggio. Ora tutto il territorio circostante è sacro e dovrà incutere rispetto al viandante. (...la valle è resa sacra dalla presenza del Tempio e con essa tutte le pietre che vi sono adagiate e le pecore che vi pascolano....- da “IL SACRO” di Felix Otto)

Nella “danza campestre” del 1565-66 di Pieter Bruegel, il paesaggio è presente con i suoi frutti, il cibo, il vino, che la comunità contadina sacralizza con festosa allegria. Fuori dal quadro è la guerra. Qui il viandante ha messo radici. Qui anche la comunità umana, le panche, i tavolacci, le ciotole, la cornamusa e il suo suono, con le grida dei bambini che giocano, sono paesaggio.

L’uomo legge ed elegge il suo paesaggio

DIFFERENZE

A Creta le montagne sono ricoperte d immense e fitte foreste di ulivi. All’interno di esse vi sono piccoli villaggi. Ci si accorge di esservi arrivati solo quando si è dentro uno di questi. Seguendo la natura, pietra e legno. Legno di ulivo. Profumo di legno di ulivo. Qui l’ “ouzo” sembra più buono.

A Favignana gli alberi da frutto vivono dentro profonde buche circolari. Intorno, un merletto di muro a secco delimita lo spazio. Talvolta, con gli alberi vive qualche animale domestico. Sopra, in alto, il vento può tranquillamente urlare.

In Sardegna, nelle montagne del sassarese, esiste un bosco in cui pascolano dei bovini. Gli alberi sono di altezze diverse ma, passandovi sotto, il soffitto di fogliame è tutto perfettamente alla stessa altezza come fosse l’opera di un abilissimo artigiano. I bovini, nel loro deambulare, hanno mangiato tutte le foglie basse alla portata della loro bocca. I bovini sono architetti inconsapevoli.

In maremma, nelle radure collinari arate, si incontrano cumuli di pietre disposti, a distanze irregolari, in tutta l’area del campo. Man mano che si procede con l’aratura, vengono prelevate le pietre che si incontrano lungo il percorso e raccolte nel cumulo più vicino. Quei cumuli sono il “MA” (dallo ZEN: intervallo, zona neutra, momento di stacco, attesa insita nel vuoto, equilibrio che dona armonia).

Nella bassa padana i meli aprono le braccia e si tengono per mano in lunghissime file. Sembrano avere solo due dimensioni: l’altezza e la larghezza senza la profondità. Uniti senza soluzione di continuità. Una lunghissima rete con tanti piedi. Il sole, quando c’è, lo prendono dappertutto.

Più in là, i filari geometrici dei boschetti di betulla costruiscono prospettive variabili, dipendenti dall’intensità della nebbia. La sensazione dello spazio è inquietante.

In Puglia vi sono distese di alberi di ulivo che sembrano sculture. I contadini, con discrezione, costruiscono, a distanze quasi regolari, piccoli tronchi di cono rovesciato in pietra, piccoli trulli. Sono i depositi per gli attrezzi di lavoro. Questi trulli sono il ritmo del concerto che, in estate, le cicale suonano con il fruscio delle foglie su un palcoscenico pettinato di terra rossa.

A Brisighella, vicino Faenza, si produce un olio particolare. La comunità produce anche manifestazioni culturali quali rassegne sulla cucina medioevale, concerti musicali. Vengono chiamati noti artisti per intervenire nel territorio. Questi costruiscono un nuovo modo di essere del paesaggio interagendo con la popolazione, con gli artigiani locali, con la storia del luogo. Tutto questo è ormai Tradizione di questa comunità. Molta gente viene per partecipare a queste manifestazioni, anche da molto lontano. Molta gente, quando riparte, acquista e porta con se un pezzo di questo paesaggio: l’olio di Brisighella.

A Pertosa, nel parco del Cilento, sono stati realizzati due musei sul paesaggio: Musei Integrati dell’Ambiente. Ciascuno dei due mostra aspetti diversi del territorio, da quello geologico a quello fauno-floristico. Entrambi sono polifunzionali ed accolgono attività culturali a vasto raggio. Visitando Pertosa si ha l’impressione di imbattersi in vari paesaggi, l’uno dentro l’altro che, insieme, ne suggeriscono un’altro ancora: quello della memoria, rivestito da desiderio di futuro.

Ovunque esistono sentieri costruiti dagli animali e dagli uomini senza averli progettati. Nascono dalla prima volta che si va da un punto che si conosce ad un altro che non si conosce. Successivamente gli animali e gli uomini li riconoscono e, ripetendo il percorso, li consolidano e li definiscono. Spesso viene dato loro perfino un nome. Un diritto definitivo alla loro esistenza.

Ovunque, gli alberi di fichi e i rovi si impossessano delle case abbandonate dagli uomini.

La bellezza, nell’accezione che io intendo, si pone non come promessa di felicità, ma come consapevolezza della necessità di equilibrio e di simmetria tra noi e gli altri, tra noi e il resto dell’esistente. Un progetto di bellezza in tal senso implica conoscenza della realtà oggettiva e si pone come contrapposizione destabilizzante rispetto ad essa, attraverso ipotesi di mondo diverse da quelle esistenti, alla continua ricerca di modelli sempre nuovi che permettano una ridefinizione della nostra realtà contingente. Bellezza, quindi, come speranza militante ed esigenza di riconciliazione tra il singolo, la società e la natura; come arma propria che l’arte manovra da sempre con maestria in difesa della sua funzione critica e progettuale. In essa sono i drammi della contraddizione, della differenza, della distanza, della sofferenza necessaria che comporta la conoscenza e la sua accettazione, la coscienza della sua pericolosità, l’indefinibilità di un progetto inconcludibile.

Non è un’isola felice!

A proposito della definizione di bellezza il Prof. Mario Perniola (docente di Estetica presso l’Università di Roma Tor Vergata) dice: “Dato che sulla bellezza si pensa e si scrive da duemila e cinquecento anni, solo un ingenuo può credere che alla domanda sulla sua assenza si possa rispondere con una definizione o una formula. Occorre invece adottare un approccio connessionistico, cioè porre la questione della bellezza all’interno dell’orizzonte estetico. L’esistenza di questo dipende dall’esistenza simultanea di quattro elementi: il bello, l’arte, la filosofia e lo stile di vita esemplare. Innanzi tutto non mi sembra che si possa parlare di orizzonte estetico se manca l’idea di uno degli elementi indicati. Un mondo in cui si è completamente ignari delle coppie antinomiche bello-brutto e arte-non arte, è estraneo all’orizzonte estetico. Parimenti un mondo in cui il posto della filosofia è stato preso interamente dalla tecnica ha soppresso l’orizzonte estetico. Infine la mancanza di modelli di vita esemplare impedisce il sorgere dell’ammirazione, la quale costituisce la più potente leva del coinvolgimento estetico.”

Ma.... l’ammirazione viene stimolata, ormai, generalmente attraverso uno indizio mediatico che si propone come modello unico, omologato verso il basso e indiscutibile, in quanto basato sulla velocità della comunicazione e proposto come domanda con successiva rapida, apparentemente logica, risposta, abbassando, così, la soglia di attenzione ed escludendo ogni possibilità di analisi del messaggio.

Una verità assoluta, massimo comune divisore delle realtà del mondo, proposta come unica alternativa possibile. Un modello unico adattabile a tutti, con leggeri ritocchi, che apparentemente salvi il diritto della libertà individuale offrendo la possibilità di scelta in una gamma di leggere sfumature di colore.

Esiste quindi ancora un mondo con un orizzonte estetico se le coppie antinomiche sono di fatto abolite? Se l’immaginario collettivo è preconfezionato senza possibilità di alternative? Se la “Tradizione del nuovo” si pone come verbo della contemporaneità?

Può una “tradizione del nuovo” sostituire ogni sfumatura, ogni mistero e ogni consegna delle tradizioni? Può la “tradizione del nuovo” porsi come avanguardia in grado di fare tabula rasa della memoria? E, se è un’avanguardia, elemento germinale da cui nascerà un uomo nuovo, un nuovo sistema, una nuova assoluta verità, non contiene in se, legata indissolubilmente alla sua nascita, naturalmente, anche la sua morte? Può, di conseguenza, allora proporsi come univoco e definitivo modello?

E se la bellezza di questa “tradizione del nuovo” che si assume il ruolo, come sembra stia accadendo, di nuova religione, di fantastica nuova ed unica formula di soluzione di tutti i problemi, e se questo, come ben sappiamo, non avverrà ( e come ben sanno anche i nuovi sacerdoti di questa fede), non è forse (ammessa la buona fede degli officianti) l’ennesima, stantia, vecchia, dannosissima promessa di felicità?

Cosa c’è di nuovo?

La tradizione porta con se la fantastica qualità della consegna, del tradimento, la qualità del riferimento, della memoria dell’origine. Il suo destino è la modificazione, l’allontanamento, il viaggio. La sua ricchezza è la strada già percorsa, l’esperienza accumulata, il suo bagaglio, il suo destino di essere derubata.

Ma anche la tradizione è portatrice un grande pericolo: il porsi come modello e non come riferimento. Porsi come modello implica l’eliminazione della sua natura: quella di esistere per essere modificata e questo non può avvenire senza l’intervento creativo del tradimento.



[*] Artista, Dirigente dell'Associazione Città Paesaggio




permalink | inviato da cittapaesaggio il 4/11/2007 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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