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Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Il dibattito sulla carta del paesaggio olivicolo, il 21 ottobre 2007

Il paesaggio dell’olio e la multifunzionalità dell’agricoltura

di Giuseppe Marotta e Concetta Nazzaro
facoltà di Agraria dell'Università degli Studi del Sannio


1. Agenda 2000 e la multifunzionalità dell’agricoltura e dello sviluppo rurale

Il documento “Agenda 2000. Per un’Unione più forte e più ampia”, presentato nel luglio del 1997 dalla Commissione Europea, nel delineare gli indirizzi delle politiche dell’Unione per il terzo millennio, imprime una forte accelerazione al processo di revisione degli interventi destinati all’agricoltura e allo sviluppo rurale, riconoscendo e valorizzando il ruolo multifunzionale dell’agricoltura, in linea con quanto affermato nella Conferenza di Cork sullo sviluppo rurale, del novembre 1996. L’obiettivo che propone “Agenda 2000” è quello di promuovere uno sviluppo integrato e sostenibile, da realizzarsi principalmente attraverso la maggiore partecipazione degli operatori locali e la valorizzazione delle risorse sociali, economiche e ambientali di ciascuna area. Tale sviluppo, così definito, deve essere in grado di rispondere, oltre che ai bisogni materiali, anche ai bisogni immateriali della società moderna (sociali, culturali, storici, ambientali, ecc.).

Gli obiettivi che “Agenda 2000” affida alla nuova Politica Agricola Comunitaria (PAC) sono, quindi, fortemente innovativi e modificano in modo drastico la missione produttivistica e sociale affermata nel Trattato di Roma.

Ma la difesa del modello agricolo e rurale europeo, anche come obiettivo precipuo dei negoziati commerciali multilaterali, rappresenta altresì un’affermazione politica forte della sua specificità e della sua importanza per l’ intera Unione, che quel modello promuove sulla scena internazionale, con la consapevolezza che esso rispecchia la storia, le culture e gli orientamenti peculiari della società europea, e che, come tale, è da considerarsi non negoziabile.

Invero, si cerca di tener presente, in questo modo, che, oltre alla produzione di beni agricoli ed alimentari, l’agricoltura svolge anche altre importanti funzioni, e che, in virtù di questa caratteristica, essa merita un’attenzione particolare nei negoziati commerciali internazionali, anche al fine di preservarne il ruolo a favore della tutela dell’ambiente, delle zone rurali e del loro sviluppo.

Giustamente, quindi, il dibattito sulla multifunzionalità, come fattore di sviluppo rurale, sottolinea, così come autorevolmente ha fatto anche la “Conferenza sulle questioni non commerciali”, (tenutasi in Norvegia nel luglio del 2000, con la partecipazione di quaranta Paesi, di cui la maggioranza in via di sviluppo), che la funzione delle politiche agricole e rurali non può limitarsi ai soli aspetti economici e commerciali, dal momento che esse interferiscono obiettivamente con questioni e scelte molto più ampie, che investono l’intera società.

La multifunzionalità dell’agricoltura, come si è accennato, consiste nel fatto che, oltre a produrre beni agricoli ed alimentari, l’attività agricola assolve anche ad altre funzioni. Per rendersi conto concretamente di ciò, basta partire dalla considerazione che gli operatori rurali, assieme ai compiti specificamente agricoli, gestiscono il 44% del territorio europeo a seminativo, a cui vanno aggiunte le superfici boschive, le aree naturali, i fabbricati e le infrastrutture che, tutti insieme, ricoprono oltre la metà del suolo europeo, costituendo quella che può dirsi una dimostrazione vivente del legame esistente tra agricoltura, ruralità e territorio. Grazie a questa sua peculiarità, l’agricoltura, nell’ambito dell’Unione Europea, contribuisce in maniera decisiva alla conservazione, alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente, favorendo la salvaguardia della biodiversità, la gestione integrata dei biotopi, nonché la conservazione del suolo e della qualità delle risorse idriche, e, insieme, fornendo aiuti preziosi per la prevenzione dei rischi naturali, per la manutenzione degli argini dei torrenti e per la realizzazione di indispensabili opere di ingegneria idraulica e d’altro genere.

Vale la pena sottolineare, nell’ambito di queste considerazioni, che lo stretto legame fra agricoltura e ambiente ha prodotto, nel corso dei secoli, ecosistemi specifici di tale valore economico e culturale che, per la loro difesa, le norme europee sulle pratiche agricole ecocompatibili prevedono la possibilità di drastici interventi, allorché vengano poste in essere iniziative o attività improprie, capaci di comprometterne il funzionamento o addirittura l’esistenza.

Occupando un ruolo centrale nell’assetto del territorio e nella tutela dei beni e delle tradizioni culturali, l’agricoltura, particolarmente in quelle regioni dell’Unione dove continua a rappresentare uno dei pilastri dell’economia locale, svolge, dunque, una funzione insostituibile per la difesa dell’ambiente, per la conservazione del paesaggio e per lo sviluppo del territorio.

2. La multifunzionalità dell’agricoltura e il modello rurale europeo

E’ anche vero, però, che negli ultimi decenni straordinarie novità scientifiche e tecniche e profonde trasformazioni di tipo socio-economico hanno modificato in modo non superficiale la funzione dell’agricoltura e le aspettative delle persone nei confronti di questo settore, promuovendo, tra l’altro, una crescente domanda per una serie di beni e servizi, non commerciali, che l’agricoltura fornisce a basso costo, in aggiunta alla sua funzione primaria di produttrice di beni alimentari.

La riscoperta e la valorizzazione di antiche pratiche e di prodotti locali tipici, la costante espansione dell’ecoturismo e del turismo rurale, l’interesse per le culture e le tradizioni locali costituiscono, fuori di ogni dubbio, una evidente testimonianza di questi nuovi orientamenti.

Consapevole di ciò, l’Unione si è dato come obiettivo di preservare e tutelare la ricchezza delle attività dei territori agricoli, nel quadro di un’Europa rurale, viva e dinamica, pienamente integrata nell’economia comunitaria, più forte, anche per questo, sul piano della competitività (così come anche la PAC richiede).

In altri termini, questo significa che ai fini della promozione e del rafforzamento dell’economia rurale, intesa come base per l’ideazione e l’incremento di altre attività ad essa collegate e da essa distinte, l’Unione riconosce che politica di sviluppo rurale e politica agricola in senso generale devono funzionare come sfere complementari tra loro, in un rapporto di continuo scambio.

Ma l’impostazione delle attività rurali, in vista di una diversificazione di competenze e attività, si presenta anche, a veder bene, come una condizione necessaria per un consolidamento del tessuto economico delle zone rurali danneggiate, piuttosto che avvantaggiate dai profondi e, a volte, travolgenti mutamenti verificatisi nella seconda metà del XX secolo, che hanno modificato radicalmente le pratiche e le strutture agricole, quando non hanno addirittura determinato la decadenza o l’abbandono di intere aree rurali, a seguito di drammatici esodi di massa.

L’integrazione delle diverse attività di competenza, la giusta compenetrazione fra gli aspetti economici, sociali e culturali e, ancor più, la capacità e la volontà di rendere le comunità locali protagoniste attive ed effettive possono, dunque, contribuire efficacemente a una rivitalizzazione e ad una rinascita del modello rurale europeo, nonché al pieno recupero e alla valorizzazione delle sue molteplici potenzialità.

3. Il paesaggio: valori, tradizioni,identità

Alla luce dei processi di globalizzazione in atto, la ridefinizione, a livello europeo, dello spazio geografico, il nuovo rapporto città-campagna e il policentrismo rendono anche più importante il ruolo del paesaggio come luogo di identità, ovvero come elemento di riconoscibilità per le comunità locali e come espressione delle loro forme di percezione e di memorizzazione del territorio. Ma un paesaggio o un ambiente sono anche il risultato di una complessa attività di costruzione sociale del territorio, in cui peculiarità ambientali, “statuto dei luoghi”, relazioni fra comunità e territorio, contribuiscono a determinare i caratteri di un’identità, intesa per l’appunto «come processo di costruzione di significato fondato su un attributo culturale, o su una serie di attributi culturali in relazione tra loro, che assume un’importanza prioritaria rispetto ad altre fonti di senso» (Castells, 2003).

Come spazio identitario, il “paesaggio edificato”, inteso come spazio modellato dalle attività antropiche (sia esso il paesaggio agrario e quello industriale, quello del turismo e del loisir o quello propriamente urbano), in cui sono sedimentate trame storiche e depositi culturali, ha un ruolo difensivo di contrasto nei confronti delle tendenze trasformatrici omologanti e di quei processi di sviluppo che non prevedono relazioni con le qualità ambientali, culturali e identitarie. Per questo, il punto fondamentale, al centro delle politiche di tutela delle risorse culturali ed ambientali, deve essere l’impegno ad evitare che usi e condotte impropri sfigurino l’immagine e il senso del paesaggio, mettendone a repentaglio la conservazione materiale o impedendone l’eventuale risanamento.

Un valido principio ispiratore di politiche di questo genere potrebbe essere utilmente ricavato dal “Progetto di Convenzione europea sul Paesaggio”, là dove esso afferma che «il paesaggio ha valore di risorsa per lo sviluppo, non solo in sé come bene culturale che viene offerto all’uso, ma anche come infrastruttura del territorio, che offre opportunità all’insieme dei sistemi economici che agiscono localmente e che ne possono beneficiare direttamente o indirettamente, contribuendo allo sviluppo dell’occupazione e del benessere».

Anche il nuovo Codice sul paesaggio, varato a fine gennaio 2004, introduce nella sua definizione di paesaggio elementi innovativi rispetto ai precedenti testi di legge, «per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni. La tutela e la valorizzazione del paesaggio salvaguardano i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili».

Recependo l’evoluzione delle discipline che si occupano di paesaggio e andando oltre il punto di vista tradizionale sulla tutela concepita in chiave vincolistica, il Codice evidenzia, dunque, con forza, la centralità del paesaggio antropizzato, modellato e vissuto dall’uomo, indicando in tal modo come oggetto di interesse paesaggistico non solo il paesaggio naturale, integralmente conservato, ma anche il paesaggio costruito, gestito e qualificato dall’opera dell’uomo.

Grazie a tale estensiva accezione della nozione teorica di paesaggio, come bene paesistico non più di tipo esclusivamente naturalistico e ambientale, visibile e simbolico, per cui beni paesaggistici sono anche oliveti, vigneti, agrumeti, giardini mediterranei, oltre che i tipici paesaggi agrari e forestali, anche l’approccio alla sua tutela e valorizzazione cambia profondamente.

3.1 Il paesaggio dell’olio: aspetti sociali ed economici

Aspetti sociali

In quest’ottica, il paesaggio olivicolo e l’olio d’oliva costituiscono, sicuramente, elementi distintivi dei paesi compresi nell’area del bacino mediterraneo. A diffondere in questa zona la coltivazione dell’olivo furono prima i Fenici, seguiti dai Greci, quindi, dai Romani che, a loro volta, la esportarono in tutte le terre del loro impero. Da allora tale coltivazione è stata costantemente praticata, fino a diventare uno degli aspetti costitutivi dell’identità alimentare e sociale europea, fatta conoscere a livello mondiale dalla famosa “dieta mediterranea”.

Diffusa su gran parte del suolo italiano, l’olivicoltura ha assunto un ruolo strategico per lo sviluppo delle aree interne e collinari, di difficile coltivazione e con scarse alternative produttive, costituendosi col tempo come parte integrante della storia, delle tradizioni, della cultura e del paesaggio della nostra penisola, anche per influenza della religione cristiana che, per non parlare dell’olio sacro, ha fatto di questo albero un simbolo di pace e di tolleranza.

Per varie ragioni culturali, sociali, paesaggistiche, economiche, alimentari, religiose l’Italia si identifica, dunque, con la cultura e la tradizione dell’olivo e dell’olio di oliva, tanto da costituire intorno ad esse un tratto importante della propria identità sia sotto l’aspetto culturale che sotto l’aspetto economico. La coltura dell’olivo rappresenta, infatti, al di là del suo significato ideale un’importante risorsa economica, anche perché le diversificate produzioni di olio di oliva in tutto il territorio nazionale consentono di soddisfare le esigenze e le aspettative di differenti tipi di consumatori, garantendo, anche in questo settore il successo del made in Italy. Proprio questa diversità costituisce, infatti, uno dei punti di forza del sistema oleario italiano, nel quale le ricchezze varietali dell’olivo si accompagnano alle molteplici e difformi condizioni pedoclimatiche, generando importanti risorse ambientali e culturali.

Aspetti economici

Nella campagna 2001-2002 la produzione mondiale di olio di oliva è stata pari circa 2,68 milioni di tonnellate, con un incremento, rispetto alle medie dell’ultimo quadriennio, di quasi il 9,6%, dovuto principalmente all’entrata in produzione di nuovi impianti nell’ area dell’ Unione Europea, che si è confermata maggiore produttore mondiale, con 2,33 milioni di tonnellate.

In questo quadro, l’Italia è inserita con una produzione di circa 575 mila tonnellate, con un incremento contenuto rispetto al suo potenziale, a causa di un periodo di siccità che ha interessato soprattutto le sue regioni meridionali.

In valore finanziario, la produzione italiana di olio di oliva corrisponde pressappoco a 2.037 milioni di euro, (pari a circa il 4,6% sul valore totale realizzato dall’agricoltura italiana), con un contributo delle regioni meridionali (in testa Puglia, Calabria, Campania e Sicilia) corrispondente all’87% dell’intera produzione nazionale (Dati ISMEA).

Bisogna riconoscere, però, che le opportunità di espansione che l’intera filiera olivicola-olearia italiana offre sono davvero molto promettenti, sia con riferimento al mercato estero, a fronte di una interessante espansione della domanda di prodotti di qualità nei paesi del Nord Europa, Nord America e Oceania, attualmente con bassi consumi pro-capite, sia per la crescente attenzione, a livello internazionale, ai temi della sicurezza alimentare, della salubrità e qualità della vita, che necessariamente inducono ad un riconoscimento dei benefici effetti dell’olio d’oliva.

Queste opportunità che si aprono per il nostro sistema olivicolo-oleario sono, indubbiamente, sostenute dalla presenza di aree vocate alla produzione di alta qualità e dalla possibilità di differenziare il prodotto, (in rapporto al rilevante numero di varietà autoctone disponibili), nonché dalle innovazioni di prodotto e di processo, che migliorano la qualità e riducono i costi. Ma esse possono e devono essere rafforzate dall’acquisizione di nuovi Know how e dall’impiego di nuove tecnologie, migliorative dell’intero processo di filiera, a beneficio del consumatore e con giusto profitto del produttore.




permalink | inviato da cittapaesaggio il 21/10/2007 alle 23:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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