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Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Il dibattito sulla carta del paesaggio olivicolo, il 21 ottobre 2007
 

Il paesaggio dell’olivo nel Caiatino

di Giuseppe Pugliano*


Un vocabolario della lingua italiana definisce paesaggio la porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo per lo più con senso affettivo cui più o meno può associarsi anche una valutazione di ordine artistico ed estetico (paesaggio squallido, ridente, pittoresco, ecc.).

Esso viene anche definito come il complesso di quegli elementi che caratterizzano una certa zona, o meglio, di gruppi di elementi che danno una fisionomia distinta ad essa.

Il paesaggio, in senso generale, è stato considerato dalle norme in materia ambientale come forma dell’ambiente, in questo caso inteso come spazio visibile.

Un’altra definizione generica lo paragona ad un grande organismo vivente le cui forme percepibili sono il risultato di una sovrapposizione di molteplici fatti naturali e culturali continuamente modificatisi.

Ai fini di una descrizione sintetica, è utile cogliere i dati essenziali di una regione, di un territorio, di una zona; se si osservassero infatti tutti gli elementi che costituiscono un paesaggio, se ne avrebbe un numero infinito e non sarebbe più possibile nessun paragone. È possibile quindi assumere come elementi distintivi di un paesaggio quelli fisici del suolo, biologici ed antropici. Avremmo allora paesaggi desertici, glaciali, carsici, ecc., se consideriamo il primo caso; steppico, della taiga, ecc. nel secondo caso; agricolo, minerario, portuario, ecc. nel terzo caso.

Il paesaggio viene ancora definito come “oggetto estetico puro” e si afferma “l’incomunicabilità concettuale tra visione artistico-filosofica del paesaggio e i principi fondamentali di altre discipline”.

Se ne evidenziano gli aspetti espressivi, estetici, pittoreschi, in riferimento per lo più a paesaggi con spiccati caratteri naturali, colti attraverso un processo cognitivo fondato sulla pura conoscenza visiva.

La possibilità di utilizzare la cosiddetta “immagine globale del paesaggio”, metodo già utilizzato dalla FAO e nella disciplina pedologica, per un diverso approccio alla lettura del territorio, e della tematica paesaggistica in particolare, è stata presa in considerazione da alcuni autori nella prima stesura del Piano territoriale paesistico della Regione Emilia Romagna (dicembre 1986) in quanto opponeva alla modalità dell’intervento e della valutazione di tipo settoriale, usata tradizionalmente nella pianificazione urbanistica, una visione ecosistemica-funzionale, che fino ad oggi è mancata.

Una volta definita l’unità di paesaggio come un “ambito spaziale globalmente omogeneo per proprie ed intrinseche caratteristiche di campione”, la lettura del territorio per unità di paesaggio fonda quindi i suoi presupposti su alcuni principi di carattere generale: entropia, analisi dei sistemi, teoria dei modelli e soprattutto su una visione ecosistemica del territorio, dinamica e proiettata evolutivamente nel tempo.

Se l’ecologia può essere definita come la scienza degli ecosistemi, in una zona geograficamente definita, il paesaggio comprende gli ecosistemi in essa presenti.

“Comprende” significa che ad un livello organizzativo riassume le dinamiche dei diversi ecosistemi presenti, sicché a giusta ragione viene indicato come “sistema degli ecosistemi”.

Le unità di paesaggio sono sede di equilibri dinamici fissati dall’interagire di quegli elementi differenziati già ricordati - fisici, biologici, antropici – che nel loro perenne combinarsi originano insiemi territoriali riconoscibili che evolvono per effetto: delle perturbazioni che di continuo vengono indotte al loro interno; della dinamica propria degli elementi che li compongono; dell’influenza che ciascun elemento o ciascun sistema considerato separatamente produce sugli altri presenti nel medesimo insieme.

È indispensabile dunque prendere atto che l’analisi, l’interpretazione, la rappresentazione e, soprattutto la gestione di un sistema, uno qualsiasi, è un fatto del tutto estraneo alle capacità professionali di un singolo analista, anche se assistita da procedimenti matematici e/o informatici di elevata potenza. Non esistono infatti allo stato attuale e probabilmente non esisteranno mai, metodi, macchine o strumenti capaci di valutare globalmente e compiutamente il funzionamento di un sistema naturale e la sua evoluzione nel tempo in quanto il numero di variabili da prendere in considerazione tende all’infinito e l’effetto di retroazione che ciascuna di queste produce, combinandosi con altre variabili, determina altrettante, illimitate possibilità di ottenere un risultato che non sia quello prevedibile.

A conclusione di questo breve preambolo, si intende ribadire che la lettura del paesaggio in chiave estetica incontra gravi difficoltà nel proporre sicuri strumenti di giudizio per la definizione di concetti di “bellezza naturale” e di “paesaggio” in generale: “il paesaggio, oggetto della nostra contemplazione estetica, a differenza delle altre opere d’arte, non viene realizzato per fini estetici. O è opera della natura, intesa come semplici catene di cause ed effetti materiali, oppure, se opera dell’uomo, come la città e i campi coltivati, è generalmente motivato da ragioni pratiche, economiche, politiche. Sembra allora che la bellezza del paesaggio, se pure c’è, sia come affetta da un certo grado di impurità dovuta alla presenza, nell’ambiente territoriale, di quelle forti componenti materiali, utilitarie, non puramente estetiche”.

Caratteristica peculiare del paesaggio è infatti la sua duplice essenza di realtà oggettiva rilevabile e qualificabile e di continuo divenire nell’impossibilità di essere considerato come realtà statica.

In generale i paesaggi possono essere suddivisi in “naturali” ed “antropizzati”. In quelli naturali, non soggetti a processi di trasformazione o di controllo da parte dell’uomo, la flora e la fauna sono originarie, ossia spontanee. Le modalità di crescita e la disposizione delle specie vegetali (la struttura della vegetazione) non sono minimamente perturbate dall’uomo; perciò la vegetazione reale è uguale a quella potenziale.

Tali paesaggi sono pressoché scomparsi o limitati ad aree molto ristrette, specie in paesi come l’Italia, dove la secolare opera di civilizzazione e lo sviluppo demografico hanno trasformato il territorio in modo capillare. I paesaggi creati dall’uomo sono il risultato della storica sovrapposizione ed alternanza delle attività, che hanno introdotto modifiche nella morfologia, nella pedologia, nell’equilibrio idrogeologico, nella flora e nella fauna, operando un processo consapevole di colonizzazione e mutazione dell’ambiente.

La necessità di “possedere” la cognizione di paesaggio e la difficoltà di cogliere il fenomeno nella sua complessità hanno condotto alla scelta di restringere ogni volta il campo di indagine a singole componenti, secondo specifici punti di vista disciplinari.

Da ciò hanno origine i paesaggi agrario, vegetazionale, morfologico, urbano.

Nel nostro caso specifico, a parte gli insediamenti urbani più o meno popolati, trattasi di un paesaggio agrario, abbastanza eterogeneo dal punto di vista fisico, per lo più collinare, ma abbastanza omogeneo per quanto concerne la flora.

L’olivo, attualmente presente, caratterizza il paesaggio di poche zone pianeggianti ma soprattutto di quelle collinari sino alla zona fitoclimatica del castagno. Certamente esso è completamente diverso da quello relativo agli ultimi secoli prima di Cristo,quando probabilmente l’olivo era appena comparso, tenuto conto che, secondo la leggenda, esso fu introdotto in Campania dai Focesi allorché essi fondarono Elea, la Velia romana, nel 540 o 546 a.C..

La sua diffusione la si deve a Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, morto nel 579 a.C., 174 di Roma, dopo 38 anni di regno. Egli fu l’iniziatore di quel non breve periodo tra la fine del settimo e la fine del secolo sesto a.C. nel quale a Roma si verificò una specie di democratizzazione, nel senso che egli cercò l’appoggio del popolo nella sua lotta contro la nobiltà terriera. Di conseguenza ne migliorò le condizioni economiche, promuovendo le attività artigianali e commerciali e dando impulso alle opere pubbliche tra le quali la costruzione della “Cloaca Massima”, che prosciugò quella vasta plaga paludosa su cui poi si sviluppò il Foro.

Quasi certamente i centri di introduzione dell’olivo in Italia sono stati più di uno soprattutto se ci si attiene ad un’altra legenda secondo la quale i famosi Focesi lo avrebbero introdotto a Marsiglia intorno al sesto secolo a.C. e successivamente da Marsiglia sarebbe stato portato in Gallia ed in Italia. Plinio il Vecchio affermava invece che “esso era del tutto sconosciuto in Italia, Spagna ed Africa durante il regno di Tarquinio Prisco (541-579 a.C., 136-174 di Roma); ora (siamo nel primo secolo dopo Cristo) quest’albero, attraversate perfino le Alpi, ha raggiunto anche il centro della Gallia e della Spagna”. Pertanto secondo la leggenda dell’introduzione dell’olivo a Marsiglia, esso avrebbe attraversato le Alpi da Ovest ad Est, mentre secondo Plinio da Est ad Ovest.

Comunque sia, si presume che l’olivo debba essere presente nell’areale caiatino probabilmente dall’epoca della presa di possesso di “Caiatia” da parte dei romani avvenuta verso la fine del quarto secolo a.C., considerato che la grande esplosione nel consumo dell’olio, per usi molto più diversificati rispetto a quelli attuali, si ebbe, in particolare, a partire dal terzo secolo a.C., allorché se ne consumavano in media circa 22,5 Kg pro capite.

L’olivo esiste già nel Caiatino sicuramente negli ultimi secoli del primo millennio e questo è suffragato dalla presenza del famoso esemplare, noto come “Olivo di Santo Stefano”, risalente al 979, anno in cui Stefano Minicillo fu consacrato vescovo di Caiazzo, ed elevato alla gloria degli altari dopo la sua morte avvenuta nel 1023. Non è nota però l’età che la pianta aveva in quell’epoca. Inoltre, la presenza di piante vetuste nel Caiatino e dintorni ed in altre zone della Campania consente di ritenere certo quanto sopra esposto.

Tanto premesso, risulta abbastanza chiaro come il paesaggio è cambiato più volte e notevolmente attraverso tutti questi anni, sotto la spinta di vicissitudini varie e soprattutto con il mutare delle condizioni fisiche, climatiche, politiche, sociali ed economiche.

Dalla dominanza dei boschi, macchie, pascoli ed incolti, si è man mano passati all’utilizzo dei siti migliori per la coltura dei cereali, delle foraggere, delle leguminose, delle orticole, dei fruttiferi, ecc., mentre i suoli non favorevoli a dette colture, soprattutto quelli acclivi, poveri di elementi nutritivi e di risorse idriche, venivano utilizzati per specie capaci di dare reddito in quelle condizioni. Ed ecco che in quei siti, compatibili sotto l’aspetto climatico, si pensò all’olivo quale specie idonea a dare un reddito superiore a quello relativo al pascolo, al bosco, alla macchia. Pertanto si disbosca e si piantano olivi anche nei pascoli, mentre progressivamente si riducono le mandrie ed i greggi. Il paesaggio ne risulta notevolmente influenzato e da silvo-pastorale che era diviene man mano olivicolo con il prevalere di questa specie sulle altre.

Il paesaggio olivicolo attuale della zona, che per condizione di clima, di suolo, di giacitura e di esposizione, non è, né può essere intensamente specializzato, è proprio quello che deve essere mantenuto nel tempo sino a quando le condizioni politiche, sociali ed economiche lo consentiranno. La specializzazione spinta della coltura di certe specie, determinata per lo più da stimoli economici, deturpa il paesaggio, lo rende monotono e poco attraente.

Il paesaggio, come forma visibile dell’ambiente e più specificatamente come forma visibile del territorio, va quindi tutelato, così come vanno tutelati ambiente e territorio.

Gli organismi preposti devono essere sempre più convinti che ogni tipo di paesaggio rappresenta una situazione di ecosistemi che reagiscono tra loro in un determinato modo, secondo cioè un determinato modello strutturale.

Sotto il profilo oggettivo, le strutture del paesaggio sono costituite di “macchie di ecosistemi”, “corridoi” e “matrici paesistiche”. Le prime consistono in porzioni di superfici particolari che possono essere di tipo diverso in relazione alla natura della massa vegetale (insieme di cespugli, di alberi, di case, di sagome litologiche), ed al grado di antropizzazione (naturali, influenzate o realizzate dall’uomo).

I “corridoi” sono gli spazi che separano o costituiscono elementi di diversificazione (fiumi, strade, ferrovie, siepi, elettrodotti, impianti eolici, ecc.) e spesso hanno forme che caratterizzano i paesaggi.

Le “matrici paesistiche” sono quelle che individuano le superfici tra le macchie e rappresentano una sorta di struttura entro cui macchie e corridoi sono elementi figurativi caratteristici; in effetti formano l’elemento paesaggistico più esteso e significativo.

Gli stessi organismi responsabili della tutela del paesaggio locale devono impedire che esso sia modificato senza una causa di forza maggiore. Devono vigilare sulla conservazione del suolo evitando erosioni, frane, ecc. attraverso la realizzazione di opere semplici ma efficaci come il ripristino dei muri a secco, il governo del deflusso delle acque di pioggia, possibilmente con opere idrauliche a basso impatto ambientale. Non devono consentire l’introduzione di specie vegetali di alto fusto non autoctone se non necessariamente indispensabili, né permettere costruzioni edilizie di stile molto diverso da quello locale, né altra opera che possa turbare in maniera significativa il paesaggio stesso.

Occorre altresì stimolare la reintroduzione delle siepi laddove la specializzazione di certe colture ne hanno suggerito nel tempo la loro eliminazione. È il caso di ricordare che le siepi, a parte la loro funzione paesaggistica, esercitano un ruolo importante ed indispensabile nel consentire il compimento del ciclo biologico di numerosi insetti predatori di altre specie, che sovente sono parassiti delle piante coltivate.

Sarebbe il caso di promuovere e potenziare gli allevamenti del bestiame tanto utili anche sotto il profilo della conservazione della fertilità dei suoli, specie di quelli olivetati, reintroducendo possibilmente la famosa pratica della stabbiatura. Essa non solo consentirebbe l’apporto di sostanza organica ma anche il controllo della vegetazione spontanea riducendo così il numero degli interventi meccanici necessari per il loro controllo.

È necessario soprattutto dare impulso a tutte quelle attività caratterizzanti il territorio, quali la produzione e la vendita di ottimi prodotti alimentari, l’agriturismo, l’artigianato, veri e proficui messaggeri di quel caratteristico paesaggio.

Quello che deve essere evitato è l’abbandono del territorio, a qualunque titolo. L’impegno delle Comunità locali deve essere notevole perché questo non si verifichi.

Le incentivazioni, le agevolazioni, i finanziamento sotto qualunque forma, la realizzazione di idonee infrastrutture, sono i mezzi che consentono di legare le popolazioni ai propri territori scongiurando così il rapido mutare del paesaggio. In caso di abbandono esso cambierà naturalmente ed inesorabilmente; ritorneranno gli incolti e si realizzerà la colonizzazione da parte di quelle specie spontanee, una volta soppresse per consentire l’introduzione di quelle coltivate caratterizzanti l’attuale paesaggio.



* Docente emerito alla facoltà di Agraria dell’Università di Napoli “Federico II”.




permalink | inviato da cittapaesaggio il 21/10/2007 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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