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Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Il dibattito sulla carta del paesaggio olivicolo, il 5 novembre 2007
 

 

Le origini della coltivazione dell’olivo in Campania

di G. Di Pasquale, M. Marziano, E. Allevato e S. Mazzoleni

(Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia Vegetale, Università "Federico II" di Napoli)

Corresponding address: di pasqua@unina.it

introduzione

l'olivo è una delle più antiche colture del mediterraneo; secondo de candolle (1883) l’origine della sua coltivazione è talmente remota che oggi è impossibile risalire all'area di indigenato. come per tutte le specie mediterranee di grande rilevanza economica, esiste una grande mole di dati di tipo diverso, che permettono di avere un quadro di riferimento generale relativo alla biogeografia e alla storia dell'agricoltura di questa specie.

da un punto di vista biogeografico olea è un genere paleotropicale temperato - caldo, che ha avuto un ruolo importante nelle flore circum-mediterranee durante l’oligocene ed il miocene; nell'area mediterranea è rappresentato da un complesso di forme coltivate e non, classificate rispettivamente come olea europaea. var. sativa e come olea europea . var. sylvestris (hoffmanns and link) fiori.

per quanto riguarda l’olivo selvatico, attualmente la sua fascia di vegetazione è riferibile a formazioni di macchia bassa e/o gariga, inquadrate nel pistacio-rhamnetalia alatherni che riunisce gli aspetti più termoxerofili della vegetazione mediterranea (pedrotti, 1989); in particolare l’olivastro è specie caratteristica dell’'oleo-ceratonion. oltre alle formazioni naturali, ne esistono altre che derivano da oliveti oggi abbandonati, dove gli individui di olivo tendono ad assumere il portamento della forma selvatica.

le testimonianze più antiche della domesticazione dell'olivo sono relative alla palestina, dove questa coltura è attestata nel iv millennio a. c. durante l’età del bronzo la coltivazione di questa specie si afferma in tutto il mediterraneo orientale, dalla siria alla grecia. in francia le prime evidenze sono datate a circa 2300 dal presente, mentre in spagna orientale e meridionale l'uso di questa specie è datata al neolitico.

 

le tecniche di indagine storica

tutte le attività umane hanno lasciato segni specifici caratterizzati da una propria scala temporale e spaziale; queste tracce possono essere studiate per arrivare ad una ricostruzione degli ambienti naturali e di quelli antropizzati utilizzando tecniche di indagine specifiche, che fanno capo alla paleobotanica. senza entrare nel dettaglio, possiamo dire che le discipline che meglio di altre si prestano a questo tipo di indagine sono la palinologia, che si basa sulla identificazione dei pollini sedimentatisi nel corso del tempo, e l’antracologia, che si basa sullo studio dei resti di legno carbonizzato presente nei siti archeologici. sia i pollini che i legni hanno caratteristiche anatomiche tali che l’osservazione al microscopio rende possibile l’identificazione della specie. questi studi hanno avuto larga diffusione soprattutto in francia e poi anche in spagna, mentre curiosamente per l’italia, dove questa specie svolge un ruolo culturale tutto particolare, non esiste una storia dell’olivo basata su studi scientifici; la sua diffusione come specie coltivata è genericamente attribuita alla colonizzazione greca e/o al periodo romano. un’analisi sistematica dei materiali provenienti dai numerosi siti archeologici presenti sul nostro territorio potrebbe certamente fornire un quadro esaustivo delle modalità con cui questa coltura si è diffusa nel tempo.

questa nota si propone, sulla base di dati paleobotanici relativi alla costa campana, di fare il punto per la campania su tempi e modalità di diffusione della coltivazione dell'olivo.

prime ipotesi sull’origine della coltivazione dell’olivo in campania

la costa della campania coincide con la parte più settentrionale dell'areale dell'olivo selvatico sulla costa tirrenica italiana.

i dati paleobotanici in nostro possesso si riferiscono ad analisi polliniche di sedimenti marini del golfo di salerno e ad analisi archeo-antracologiche del materiale raccolto nel sito di grotta della cala (marina di camerota, sa)

i dati pollinici

i dati pollinici sono stati ottenuti dallo studio di una carota marina campionata a circa 20 km dalla foce del fiume sele; il polline di questa carota fornisce quindi informazioni sulla variazione della vegetazione di un’area vasta che corrisponde in parte con quella del bacino del fiume sele. in questo lavoro si riporta un diagramma pollinico semplificato ( russo ermolli e di pasquale, 2002) relativo agli ultimi 12.000 anni, dove vengono riportate le principali specie forestali quelle abitualmente utilizzate per quantificare l’impatto antropico.

 

l’analisi dei carboni

il materiale studiato proviene dal sito archeologico di grotta della cala. la grotta, situata nel parco nazionale del cilento e vallo di diano nel territorio del comune di marina di camerota, si apre sul versante sud-occidentale di un piccolo rilievo calcareo verso il mare, da cui dista attualmente poche decine di metri. questo riparo mostra tracce di frequentazione antropica che risalgono a circa 30.000 anni fa. qui riportiamo in forma semplificata i cambiamenti di paesaggio verificatesi tra 6600 e 5000 anni dal presente.

in questo caso sono stati studiati resti di legno carbonizzato rinvenuto all’interno della grotta. questo materiale è il risultato della combustione di legna raccolta dall’uomo per usi domestici; questa raccolta deve ragionevolmente avere riguardato un raggio di qualche km attorno alla grotta.

lo scopo quindi è quello di ottenere da questi carboni informazioni sulle trasformazioni del paesaggio vegetale di un'area ristretta, sicuramente frequentata dall'uomo. la vegetazione attuale è una macchia a dominanza di lentisco (pistacia lentiscus), mirto (myrtus communis), fillirea (phillyrea latifolia) ed erica (erica arborea).

 

lo stato dell’arte: coclusioni preliminari

i dati palinologici rappresentano generalmente ciò che avviene per un dato intervallo di tempo a scala regionale; in questo caso il diagramma pollinico rappresenta la dinamica dei cambiamenti che hanno interessato l'area del bacino del fiume sele, mentre i carboni evidenziano dinamiche che si sono verificate a scala locale; nel caso di grotta della cala inoltre occorre considerare l’azione diretta dell’uomo sulla vegetazione. questa distinzione è fondamentale per arrivare ad una corretta lettura d'insieme dei dati ottenuti.

le analisi polliniche mostrano chiaramente che in campania così come in altre aree dell’italia meridionale e centrale (grüger, 1985; magri 1995), la coltivazione estensiva dell’olivo diviene importante solo a partire dal medio evo.

i carboni di grotta della cala si prestano a considerazioni differenti: ad un certo punto, circa 5000 anni fa, compaiono tra i resti di piante utilizzati dagli abitanti della grotta sia l’olivo (legno) che la vite (semi). l’olivo selvatico e quello coltivato non sono distinguibili in base ai caratteri dell’anatomia del legno, per cui è possibile ipotizzare sia che si tratti della presenza di olivo selvatico, sia che si tratti delle prime testimonianze della coltivazione di olivo.

olivo e vite compaiono assieme, circa 5000 anni fa, quando localmente, si verifica la prima forte espansione delle specie arbustive a spese del bosco; si potrebbe quindi ipotizzare che ci troviamo di fronte ad una prima trasformazione locale del paesaggio causata dall’uomo, con i primi tentativi di domesticazione di olivo e vite. in effetti la nascita dell’agricoltura presuppone un processo culturale sicuramente lungo e complesso, che potrebbe avere avuto origine anche qualche millennio prima dell’epoca classica.

esiste dunque una problematica complessa e affascinante sull’origine di alcune componenti, tra le più comuni del paesaggio campano e, più in genere, italiano, che dovrebbe essere considerata con maggiore attenzione. sarebbe quindi auspicabile uno studio pluridisciplinare di quei territori a forte tradizione olivicola; l’interesse non deve apparire meramente scientifico; il paesaggio italiano, con la sua storia millenaria, è una risorsa primaria del patrimonio attuale e futuro del nostro paese, e rappresenta un bene da tutelare e da studiare in tutte le sue componenti, non ultima quella relativa alla sua storia.

bibliografia

de candolle a., 1883. origines des plantes cultivées, librairie germer baillière, paris: 377pp.

grüger e., 1985. analyse palinologique dans l’aspromonte en calabre (italie meridionale). chaiers ligures de préhistoire et de protohistoire, n.s. 2: 279-288.

magri d., 1995. some questions on the late holocene vegetation of europe. the holocene 5: 354-360.

pedrotti f. 1989 - carta della vegetazione reale d’italia, 1/1.1000.000. ministero dell’ambiente, roma.

russo ermolli e. e di pasquale g., 2002 vegetation dynamics of southwestern italy in the last 28 kyr inferred from pollen analysis of a tyrrhenian sea core. vegetation history and archaeobotany.




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Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Il dibattito sulla carta del paesaggio olivicolo, il 4 novembre 2007
 

“Un uomo traccia con l’aratro un cerchio nell’erba
e vi si pone al centro...
Lì è la sua casa!”

di Renzogallo[*]


Nei ritratti di “Personaggio” del quattrocento e del cinquecento appare sempre sullo sfondo un paesaggio. Questo è il territorio in cui il ‘Personaggio” domina. Talvolta, nel paesaggio è visibile la minuscola figura di un viandante. La sua presenza giustifica quella del paesaggio. Il viandante percorre il paesaggio e guarda. Un paesaggio non visto non esiste, non può, quindi, essere narrato.

Nei quadri di Kaspar Friedrich, alla fine del settecento e inizio dell’ottocento, nel paesaggio appare una piccola figura umana sempre di spalle, rispetto allo spettatore. Questa figura non compie nessuna azione, non è un viandante, osserva semplicemente la dominante fisicità della natura. E’ la misura passiva del paesaggio. Quando l’uomo non c’è, al suo posto appare una sua opera che non violenta la natura ma ne interpreta simbolicamente la sacralità: una grande croce o una maestosa chiesa. E’ la misura attiva del paesaggio. Ora tutto il territorio circostante è sacro e dovrà incutere rispetto al viandante. (...la valle è resa sacra dalla presenza del Tempio e con essa tutte le pietre che vi sono adagiate e le pecore che vi pascolano....- da “IL SACRO” di Felix Otto)

Nella “danza campestre” del 1565-66 di Pieter Bruegel, il paesaggio è presente con i suoi frutti, il cibo, il vino, che la comunità contadina sacralizza con festosa allegria. Fuori dal quadro è la guerra. Qui il viandante ha messo radici. Qui anche la comunità umana, le panche, i tavolacci, le ciotole, la cornamusa e il suo suono, con le grida dei bambini che giocano, sono paesaggio.

L’uomo legge ed elegge il suo paesaggio

DIFFERENZE

A Creta le montagne sono ricoperte d immense e fitte foreste di ulivi. All’interno di esse vi sono piccoli villaggi. Ci si accorge di esservi arrivati solo quando si è dentro uno di questi. Seguendo la natura, pietra e legno. Legno di ulivo. Profumo di legno di ulivo. Qui l’ “ouzo” sembra più buono.

A Favignana gli alberi da frutto vivono dentro profonde buche circolari. Intorno, un merletto di muro a secco delimita lo spazio. Talvolta, con gli alberi vive qualche animale domestico. Sopra, in alto, il vento può tranquillamente urlare.

In Sardegna, nelle montagne del sassarese, esiste un bosco in cui pascolano dei bovini. Gli alberi sono di altezze diverse ma, passandovi sotto, il soffitto di fogliame è tutto perfettamente alla stessa altezza come fosse l’opera di un abilissimo artigiano. I bovini, nel loro deambulare, hanno mangiato tutte le foglie basse alla portata della loro bocca. I bovini sono architetti inconsapevoli.

In maremma, nelle radure collinari arate, si incontrano cumuli di pietre disposti, a distanze irregolari, in tutta l’area del campo. Man mano che si procede con l’aratura, vengono prelevate le pietre che si incontrano lungo il percorso e raccolte nel cumulo più vicino. Quei cumuli sono il “MA” (dallo ZEN: intervallo, zona neutra, momento di stacco, attesa insita nel vuoto, equilibrio che dona armonia).

Nella bassa padana i meli aprono le braccia e si tengono per mano in lunghissime file. Sembrano avere solo due dimensioni: l’altezza e la larghezza senza la profondità. Uniti senza soluzione di continuità. Una lunghissima rete con tanti piedi. Il sole, quando c’è, lo prendono dappertutto.

Più in là, i filari geometrici dei boschetti di betulla costruiscono prospettive variabili, dipendenti dall’intensità della nebbia. La sensazione dello spazio è inquietante.

In Puglia vi sono distese di alberi di ulivo che sembrano sculture. I contadini, con discrezione, costruiscono, a distanze quasi regolari, piccoli tronchi di cono rovesciato in pietra, piccoli trulli. Sono i depositi per gli attrezzi di lavoro. Questi trulli sono il ritmo del concerto che, in estate, le cicale suonano con il fruscio delle foglie su un palcoscenico pettinato di terra rossa.

A Brisighella, vicino Faenza, si produce un olio particolare. La comunità produce anche manifestazioni culturali quali rassegne sulla cucina medioevale, concerti musicali. Vengono chiamati noti artisti per intervenire nel territorio. Questi costruiscono un nuovo modo di essere del paesaggio interagendo con la popolazione, con gli artigiani locali, con la storia del luogo. Tutto questo è ormai Tradizione di questa comunità. Molta gente viene per partecipare a queste manifestazioni, anche da molto lontano. Molta gente, quando riparte, acquista e porta con se un pezzo di questo paesaggio: l’olio di Brisighella.

A Pertosa, nel parco del Cilento, sono stati realizzati due musei sul paesaggio: Musei Integrati dell’Ambiente. Ciascuno dei due mostra aspetti diversi del territorio, da quello geologico a quello fauno-floristico. Entrambi sono polifunzionali ed accolgono attività culturali a vasto raggio. Visitando Pertosa si ha l’impressione di imbattersi in vari paesaggi, l’uno dentro l’altro che, insieme, ne suggeriscono un’altro ancora: quello della memoria, rivestito da desiderio di futuro.

Ovunque esistono sentieri costruiti dagli animali e dagli uomini senza averli progettati. Nascono dalla prima volta che si va da un punto che si conosce ad un altro che non si conosce. Successivamente gli animali e gli uomini li riconoscono e, ripetendo il percorso, li consolidano e li definiscono. Spesso viene dato loro perfino un nome. Un diritto definitivo alla loro esistenza.

Ovunque, gli alberi di fichi e i rovi si impossessano delle case abbandonate dagli uomini.

La bellezza, nell’accezione che io intendo, si pone non come promessa di felicità, ma come consapevolezza della necessità di equilibrio e di simmetria tra noi e gli altri, tra noi e il resto dell’esistente. Un progetto di bellezza in tal senso implica conoscenza della realtà oggettiva e si pone come contrapposizione destabilizzante rispetto ad essa, attraverso ipotesi di mondo diverse da quelle esistenti, alla continua ricerca di modelli sempre nuovi che permettano una ridefinizione della nostra realtà contingente. Bellezza, quindi, come speranza militante ed esigenza di riconciliazione tra il singolo, la società e la natura; come arma propria che l’arte manovra da sempre con maestria in difesa della sua funzione critica e progettuale. In essa sono i drammi della contraddizione, della differenza, della distanza, della sofferenza necessaria che comporta la conoscenza e la sua accettazione, la coscienza della sua pericolosità, l’indefinibilità di un progetto inconcludibile.

Non è un’isola felice!

A proposito della definizione di bellezza il Prof. Mario Perniola (docente di Estetica presso l’Università di Roma Tor Vergata) dice: “Dato che sulla bellezza si pensa e si scrive da duemila e cinquecento anni, solo un ingenuo può credere che alla domanda sulla sua assenza si possa rispondere con una definizione o una formula. Occorre invece adottare un approccio connessionistico, cioè porre la questione della bellezza all’interno dell’orizzonte estetico. L’esistenza di questo dipende dall’esistenza simultanea di quattro elementi: il bello, l’arte, la filosofia e lo stile di vita esemplare. Innanzi tutto non mi sembra che si possa parlare di orizzonte estetico se manca l’idea di uno degli elementi indicati. Un mondo in cui si è completamente ignari delle coppie antinomiche bello-brutto e arte-non arte, è estraneo all’orizzonte estetico. Parimenti un mondo in cui il posto della filosofia è stato preso interamente dalla tecnica ha soppresso l’orizzonte estetico. Infine la mancanza di modelli di vita esemplare impedisce il sorgere dell’ammirazione, la quale costituisce la più potente leva del coinvolgimento estetico.”

Ma.... l’ammirazione viene stimolata, ormai, generalmente attraverso uno indizio mediatico che si propone come modello unico, omologato verso il basso e indiscutibile, in quanto basato sulla velocità della comunicazione e proposto come domanda con successiva rapida, apparentemente logica, risposta, abbassando, così, la soglia di attenzione ed escludendo ogni possibilità di analisi del messaggio.

Una verità assoluta, massimo comune divisore delle realtà del mondo, proposta come unica alternativa possibile. Un modello unico adattabile a tutti, con leggeri ritocchi, che apparentemente salvi il diritto della libertà individuale offrendo la possibilità di scelta in una gamma di leggere sfumature di colore.

Esiste quindi ancora un mondo con un orizzonte estetico se le coppie antinomiche sono di fatto abolite? Se l’immaginario collettivo è preconfezionato senza possibilità di alternative? Se la “Tradizione del nuovo” si pone come verbo della contemporaneità?

Può una “tradizione del nuovo” sostituire ogni sfumatura, ogni mistero e ogni consegna delle tradizioni? Può la “tradizione del nuovo” porsi come avanguardia in grado di fare tabula rasa della memoria? E, se è un’avanguardia, elemento germinale da cui nascerà un uomo nuovo, un nuovo sistema, una nuova assoluta verità, non contiene in se, legata indissolubilmente alla sua nascita, naturalmente, anche la sua morte? Può, di conseguenza, allora proporsi come univoco e definitivo modello?

E se la bellezza di questa “tradizione del nuovo” che si assume il ruolo, come sembra stia accadendo, di nuova religione, di fantastica nuova ed unica formula di soluzione di tutti i problemi, e se questo, come ben sappiamo, non avverrà ( e come ben sanno anche i nuovi sacerdoti di questa fede), non è forse (ammessa la buona fede degli officianti) l’ennesima, stantia, vecchia, dannosissima promessa di felicità?

Cosa c’è di nuovo?

La tradizione porta con se la fantastica qualità della consegna, del tradimento, la qualità del riferimento, della memoria dell’origine. Il suo destino è la modificazione, l’allontanamento, il viaggio. La sua ricchezza è la strada già percorsa, l’esperienza accumulata, il suo bagaglio, il suo destino di essere derubata.

Ma anche la tradizione è portatrice un grande pericolo: il porsi come modello e non come riferimento. Porsi come modello implica l’eliminazione della sua natura: quella di esistere per essere modificata e questo non può avvenire senza l’intervento creativo del tradimento.



[*] Artista, Dirigente dell'Associazione Città Paesaggio




permalink | inviato da cittapaesaggio il 4/11/2007 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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