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Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Diario, il 17 ottobre 2007
 

L’Associazione Città Paesaggio e l’etica della responsabilità

di M. Beatrice Bettazzi [1]

La riflessione nasce insieme con l’Associazione Città Paesaggio, voluta dall’attuale presidente Nicola Sorbo per proseguire il cammino sui temi dell’ambiente, della città, della sostenibilità, della cultura, dell’arte che avevano caratterizzato l’attività politica dei due mandati amministrativi come Sindaco di Caiazzo.

Il bacino d’utenza territoriale ristretto alla zona caiatina si apre ben presto agli apporti esterni di amici e compagni di viaggio che portano il loro contributo nell’intreccio fecondo di esperienze e competenze.

“Città Paesaggio” è parso subito binomio espressivo, allusivo sì alla sinergia fra centro urbano e suo intorno, ma non solo. Paesaggio, inteso come realtà in trasformazione, in movimento, implica una fruizione estetica dello spazio e pertanto la città e il suo territorio sono, nelle intenzioni dell’Associazione, oggetto di studio e di attività affinchè percezione e fruizione di essi colmino il bisogno e il diritto di tutti ad un alto standard di qualità ambientale.

Ma, e qui entriamo nel vivo, un approccio corretto alla questione del paesaggio implica l’accezione di esso non solo come scenario superficiale più o meno portatore di istanze estetiche, bensì come prodotto delle azioni della comunità che lo abita. Sostiene Massimo Venturi Ferriolo: «Nei paesaggi, a chi sappia leggerli, si riflette la libera azione creatrice degli uomini... questa realtà non è solo estetica, ma soprattutto etica, poichè è connessa all’azione, al progetto dell’individuo all’interno dell’ambiente e della comunità da cui è compreso...»[2]

Centrali diventano così il concetto di comunità e l’interdipendenza fra tutte le componenti: «Si configura una relazione tra il singolo e l’universale dove gli elementi semplici, nella loro individualità con una propria esistenza concreta, hanno un significato se inseriti in una data totalità, dove costituiscono una comunità con gli altri elementi in un’esistenza complessiva, universale: paesaggistica. L’attenzione per il paesaggio tiene conto della molteplicità di questi apporti che lo compongono»[3]

La praticabilità di questa proposta cozza contro ogni particolarismo individualistico: il singolo gesto, anche se minimo, anche se pressochè invisibile, ha una ricaduta inimmaginabile nella globalità del sistema, in quanto si può tradurre in comportamenti emulativi, in una catena di cause ed effetti le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili. E questo vale per le buone pratiche, ma molto di più per l’azione deturpante.

Non si può qui entrare troppo nel merito dei singoli provvedimenti. La realtà italiana è troppo disomogenea e se in alcune zone dal concetto di conservazione e di preservazione a fini di tutela si è passati a quello di valorizzazione e di moderato intervento, in altre zone sarebbe già un risultato conservare l’esistente se non addirittura introdurre un radicale restauro.

Quanto mi preme sottolineare riguarda invece l’atteggiamento di cura verso il paesaggio, comune a tutti e a tutte le latitudini. Pertanto l’intervento a cui mi riferisco prima che sul paesaggio va incidere sugli attori del paesaggio. Se è intuitivo e scontato che una maggiore cura da parte di tutti e di ciascuno apporterebbe indubbi benefici, quanto a mio parere rimane da stabilire è come sensibilizzare affinchè ciascuno si senta spinto ad un atteggiamento di cura. Quali sono i tasti da premere, quali i pungoli con cui sollecitare? Perchè il singolo deve rinunciare ad un privato bene immediato per un collettivo e generale bene di cui forse non arriverà a godere appieno?

Nel dna dell’Associazione Città Paesaggio vi è senz’altro la transdisciplinarietà, l’interconnessione delle conoscenze e dei saperi. Lancio pertanto questo interrogativo a chi, più di me, si occupa di questi temi, persuasa che la ricerca e la messa in atto di soluzioni in questo senso sia una questione cruciale se non addirittura la questione primaria. Infatti, senza la partecipazione condivisa e consapevole del singolo che si sente però legato ai destini della propria comunità reputo difficile superare le angustie dei tempi che viviamo.

Da parte mia, anche a fini provocatori, posso tentare due strade.

La prima fa riferimento al concetto di paura[4] intesa come motore positivo per l’azione. L’apprensione per il destino dei miei cari (o del mio territorio) mi fa prendere decisioni responsabili : «che cosa capiterà a quell’essere se non mi prendo cura di lui?» e quanto più risulta oscura la risposta a questo interrogativo, tanto più sarà forte la decisione di responsabilità. La cura per quell’essere che si troverà a vivere in una terra malata, non potrà andare disgiunta dalla percezione della comunità in cui giocoforza si è inseriti e il bene del singolo potrà così armonizzarsi in un bene per la comunità. Hans Jonas sottolinea che «un’eredità degradata coinvolgerebbe nel degrado anche gli eredi. La tutela dell’eredità ... e quindi anche la salvaguardia dal degrado deve essere l’impegno di ogni momento.»[5]

Un’altra strada per motivare l’agire etico fa appello alla ricerca di un interesse primario da soddisfare, vero motore di qualsiasi azione umana. La sfida è individuare interessi coincidenti fra singolo e comunità, obiettivi che ad entrambe le scale, individuale e collettiva, diano un tornaconto e si dimostrino così prioritari. E’ evidente che il tornaconto di cui si parla non può essere, almeno all’inizio, di tipo economico. Ma allora cosa può smuovere il particolarismo del singolo al punto da fargli intraprendere azioni etiche, ad alto tenore culturale, in assoluta controtendenza rispetto alla pervasiva logica del profitto?

La tesi - provocatoria, ne siamo consci - prevede di motivare all’agire consapevole attraverso la via dell’emozione.

Tutti oggi sono alla ricerca di emozioni, dopo il danaro, forse uno dei motori più efficaci, e la cultura - nel senso più ampio - ne può dare in abbondanza. E’ ancora fresco in me l’impatto dell’esperienza avuta, insieme a diversi di voi qui presenti, al Museo dell’olio della Sabina, diretto da Sveva Di Martino.

Attraverso affascinanti esaltatori di emozioni, quali sono le installazioni artistiche presenti, incentrate sui temi dell’olio e dell’olivo datori di vita e garanti delle nostre radici, la riflessione impegnata si fa più cogente e spinge inevitabilmente all’emulazione, all’azione mirata ad ottenere risultati altrettanto efficaci. Inoltre la comunità locale, così come anche lo scultore Renzo Gallo potrà raccontarci, da quell’esperienza si è rimotivata, ha recuperato e consapevolizzato la propria identità, andando letteralmente a comporre, ciascuno per sè, un affresco corale. Finchè non ci si sente parte di un tutto è difficile capire il perchè di un’azione finalizzata al bene comune.

L’emozione, quindi, lo stupore, la meraviglia davanti al nuovo e al nuovo che dà piacere, che dà benessere, che ritempra, che fa pensare e che non esclude, anzi, la propria autosostenibilità possono essere gli elementi chiave di una sfida su cui qualcuno ha già puntato alto. Basti dire che il borgo in cui sorge il museo, Castelnuovo di Farfa, è oggetto ora di un interesse mai visto da parte del mercato immobiliare, per non parlare dell’apertura di esercizi commerciali che promuovono i prodotti locali o che accudiscono i turisti...

Per concludere queste note un po’ confuse, credo che il nostro avvenire, parlando di olio, tanto per stare in tema, non sia quello di gareggiare con gli sterminati oliveti spagnoli che ricoprono a perdita d’occhio le donchichottesche terre della Mancha, bensì mettersi in competizione intellettuale, in ricerca, usare gli strumenti della cultura del bello che da secoli è inequivocabilmente patrimonio dell’Italia e davanti a cui non c’è Cina o Oriente che tengano!

Di recente Philippe Daverio, il noto critico d’arte, a conclusione di un suo intervento a Bologna proprio su questi temi, sosteneva - ed io con lui - che, «ai primi della classe non fa nessuna paura la globalizzazione».



[1] Docente di Storia dell’Archiettura all’Università di Bologna, Vice Presidente dell’Associazione Città Paesaggio

[2] M. Venturi Ferriolo, Etiche del paesaggio. Il progetto del mondo umano, Roma, Editori Riuniti, 2002.

[3] Ibidem, p. 107

[4] Mi rifaccio ai concetti espressi da Hans Jonas nel suo Il principio di responsabilità, Einaudi Torino.

[5] Ibidem




permalink | inviato da cittapaesaggio il 17/10/2007 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sulle forme dell'ambiente
post pubblicato in Diario, il 11 ottobre 2007

 

 Percorrendo un selciato
sconnesso e antico…

 

E' un' umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d'arte, d’autore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende l’opera d’arte di un grande autore. [...] Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. [...]  Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia,  dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome  che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. [...] Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere [...] un monumento, una chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio [...] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare.

 
Pier Paolo Pasolini, La forma della città (1974)



permalink | inviato da cittapaesaggio il 11/10/2007 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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