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Sul restauro della chiesa dell'Annunziata a Caiazzo
post pubblicato in BENI CULTURALI, il 11 dicembre 2007
 

E' SCORRETTO CANCELLARE LA PATINA DEL TEMPO

In data odierna ho inviato al Soprintendente ai Beni Architettonici delle province di Benevento e Caserta una nota di protesta rispetto al parere favorevole espresso sull'intervento alla facciata della chiesa dell'Annunziata di Caiazzo.

Da quanto è stato possibile accertare, stanno per essere intonacati i muri esterni della chiesa, oggi caratterizzati da tufo grigio a vista.

Secondo il progettista e direttore dei lavori, l’attuale stato della facciata sarebbe frutto di un’azione del tempo che avrebbe provocato il dilavamento degli intonaci.

Se è vero che alcune parti del muro perimetrale che costeggia la via Caiatino presentano tracce di intonaco a decoro di parti strutturali dell’edificio sacro, non sembra che la facciata principale sia mai stata caratterizzata dalla presenza di qualsiasi tipo di intonaco o pigmento. Anzi, quella facciata appare incompiuta.

In ogni caso, l’uso di intonaci sui prospetti della chiesa appare a mio modesto avviso un vero e proprio delitto. Cesare Brandi nella sua Teoria del Restauro invitava a considerare la patina del tempo non come un fattore di degrado ma come un elemento da salvaguardare.

Ritengo che le scelte compiute sul restauro di una delle chiese più importanti di Caiazzo non abbiano tenuto conto di questo importante fattore e non siano state supportate neanche da ricerche d’archivio che pure sarebbe stato possibile effettuare.

Tale intervento appare dunque non corretto, basandosi solo su pretesi principi ripristinatori e considerando l’attuale stato della facciata come effetto di un degrado o, addirittura, un difetto da cancellare.

Ho chiesto, dunque, al Soprintendente di adoperarsi perché si eviti di dare una lettura alternativa se non addirittura mendace di questa bella testimonianza della nostra architettura sacra.

Nicola Sorbo, Presidente dell'Associazione Città Paesaggio




permalink | inviato da cittapaesaggio il 11/12/2007 alle 20:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Itinerari per una Carta dei Paesaggi dell'Olivo e dell'Olio
post pubblicato in Il dibattito sulla carta del paesaggio olivicolo, il 5 novembre 2007
 

 

Le origini della coltivazione dell’olivo in Campania

di G. Di Pasquale, M. Marziano, E. Allevato e S. Mazzoleni

(Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia Vegetale, Università "Federico II" di Napoli)

Corresponding address: di pasqua@unina.it

introduzione

l'olivo è una delle più antiche colture del mediterraneo; secondo de candolle (1883) l’origine della sua coltivazione è talmente remota che oggi è impossibile risalire all'area di indigenato. come per tutte le specie mediterranee di grande rilevanza economica, esiste una grande mole di dati di tipo diverso, che permettono di avere un quadro di riferimento generale relativo alla biogeografia e alla storia dell'agricoltura di questa specie.

da un punto di vista biogeografico olea è un genere paleotropicale temperato - caldo, che ha avuto un ruolo importante nelle flore circum-mediterranee durante l’oligocene ed il miocene; nell'area mediterranea è rappresentato da un complesso di forme coltivate e non, classificate rispettivamente come olea europaea. var. sativa e come olea europea . var. sylvestris (hoffmanns and link) fiori.

per quanto riguarda l’olivo selvatico, attualmente la sua fascia di vegetazione è riferibile a formazioni di macchia bassa e/o gariga, inquadrate nel pistacio-rhamnetalia alatherni che riunisce gli aspetti più termoxerofili della vegetazione mediterranea (pedrotti, 1989); in particolare l’olivastro è specie caratteristica dell’'oleo-ceratonion. oltre alle formazioni naturali, ne esistono altre che derivano da oliveti oggi abbandonati, dove gli individui di olivo tendono ad assumere il portamento della forma selvatica.

le testimonianze più antiche della domesticazione dell'olivo sono relative alla palestina, dove questa coltura è attestata nel iv millennio a. c. durante l’età del bronzo la coltivazione di questa specie si afferma in tutto il mediterraneo orientale, dalla siria alla grecia. in francia le prime evidenze sono datate a circa 2300 dal presente, mentre in spagna orientale e meridionale l'uso di questa specie è datata al neolitico.

 

le tecniche di indagine storica

tutte le attività umane hanno lasciato segni specifici caratterizzati da una propria scala temporale e spaziale; queste tracce possono essere studiate per arrivare ad una ricostruzione degli ambienti naturali e di quelli antropizzati utilizzando tecniche di indagine specifiche, che fanno capo alla paleobotanica. senza entrare nel dettaglio, possiamo dire che le discipline che meglio di altre si prestano a questo tipo di indagine sono la palinologia, che si basa sulla identificazione dei pollini sedimentatisi nel corso del tempo, e l’antracologia, che si basa sullo studio dei resti di legno carbonizzato presente nei siti archeologici. sia i pollini che i legni hanno caratteristiche anatomiche tali che l’osservazione al microscopio rende possibile l’identificazione della specie. questi studi hanno avuto larga diffusione soprattutto in francia e poi anche in spagna, mentre curiosamente per l’italia, dove questa specie svolge un ruolo culturale tutto particolare, non esiste una storia dell’olivo basata su studi scientifici; la sua diffusione come specie coltivata è genericamente attribuita alla colonizzazione greca e/o al periodo romano. un’analisi sistematica dei materiali provenienti dai numerosi siti archeologici presenti sul nostro territorio potrebbe certamente fornire un quadro esaustivo delle modalità con cui questa coltura si è diffusa nel tempo.

questa nota si propone, sulla base di dati paleobotanici relativi alla costa campana, di fare il punto per la campania su tempi e modalità di diffusione della coltivazione dell'olivo.

prime ipotesi sull’origine della coltivazione dell’olivo in campania

la costa della campania coincide con la parte più settentrionale dell'areale dell'olivo selvatico sulla costa tirrenica italiana.

i dati paleobotanici in nostro possesso si riferiscono ad analisi polliniche di sedimenti marini del golfo di salerno e ad analisi archeo-antracologiche del materiale raccolto nel sito di grotta della cala (marina di camerota, sa)

i dati pollinici

i dati pollinici sono stati ottenuti dallo studio di una carota marina campionata a circa 20 km dalla foce del fiume sele; il polline di questa carota fornisce quindi informazioni sulla variazione della vegetazione di un’area vasta che corrisponde in parte con quella del bacino del fiume sele. in questo lavoro si riporta un diagramma pollinico semplificato ( russo ermolli e di pasquale, 2002) relativo agli ultimi 12.000 anni, dove vengono riportate le principali specie forestali quelle abitualmente utilizzate per quantificare l’impatto antropico.

 

l’analisi dei carboni

il materiale studiato proviene dal sito archeologico di grotta della cala. la grotta, situata nel parco nazionale del cilento e vallo di diano nel territorio del comune di marina di camerota, si apre sul versante sud-occidentale di un piccolo rilievo calcareo verso il mare, da cui dista attualmente poche decine di metri. questo riparo mostra tracce di frequentazione antropica che risalgono a circa 30.000 anni fa. qui riportiamo in forma semplificata i cambiamenti di paesaggio verificatesi tra 6600 e 5000 anni dal presente.

in questo caso sono stati studiati resti di legno carbonizzato rinvenuto all’interno della grotta. questo materiale è il risultato della combustione di legna raccolta dall’uomo per usi domestici; questa raccolta deve ragionevolmente avere riguardato un raggio di qualche km attorno alla grotta.

lo scopo quindi è quello di ottenere da questi carboni informazioni sulle trasformazioni del paesaggio vegetale di un'area ristretta, sicuramente frequentata dall'uomo. la vegetazione attuale è una macchia a dominanza di lentisco (pistacia lentiscus), mirto (myrtus communis), fillirea (phillyrea latifolia) ed erica (erica arborea).

 

lo stato dell’arte: coclusioni preliminari

i dati palinologici rappresentano generalmente ciò che avviene per un dato intervallo di tempo a scala regionale; in questo caso il diagramma pollinico rappresenta la dinamica dei cambiamenti che hanno interessato l'area del bacino del fiume sele, mentre i carboni evidenziano dinamiche che si sono verificate a scala locale; nel caso di grotta della cala inoltre occorre considerare l’azione diretta dell’uomo sulla vegetazione. questa distinzione è fondamentale per arrivare ad una corretta lettura d'insieme dei dati ottenuti.

le analisi polliniche mostrano chiaramente che in campania così come in altre aree dell’italia meridionale e centrale (grüger, 1985; magri 1995), la coltivazione estensiva dell’olivo diviene importante solo a partire dal medio evo.

i carboni di grotta della cala si prestano a considerazioni differenti: ad un certo punto, circa 5000 anni fa, compaiono tra i resti di piante utilizzati dagli abitanti della grotta sia l’olivo (legno) che la vite (semi). l’olivo selvatico e quello coltivato non sono distinguibili in base ai caratteri dell’anatomia del legno, per cui è possibile ipotizzare sia che si tratti della presenza di olivo selvatico, sia che si tratti delle prime testimonianze della coltivazione di olivo.

olivo e vite compaiono assieme, circa 5000 anni fa, quando localmente, si verifica la prima forte espansione delle specie arbustive a spese del bosco; si potrebbe quindi ipotizzare che ci troviamo di fronte ad una prima trasformazione locale del paesaggio causata dall’uomo, con i primi tentativi di domesticazione di olivo e vite. in effetti la nascita dell’agricoltura presuppone un processo culturale sicuramente lungo e complesso, che potrebbe avere avuto origine anche qualche millennio prima dell’epoca classica.

esiste dunque una problematica complessa e affascinante sull’origine di alcune componenti, tra le più comuni del paesaggio campano e, più in genere, italiano, che dovrebbe essere considerata con maggiore attenzione. sarebbe quindi auspicabile uno studio pluridisciplinare di quei territori a forte tradizione olivicola; l’interesse non deve apparire meramente scientifico; il paesaggio italiano, con la sua storia millenaria, è una risorsa primaria del patrimonio attuale e futuro del nostro paese, e rappresenta un bene da tutelare e da studiare in tutte le sue componenti, non ultima quella relativa alla sua storia.

bibliografia

de candolle a., 1883. origines des plantes cultivées, librairie germer baillière, paris: 377pp.

grüger e., 1985. analyse palinologique dans l’aspromonte en calabre (italie meridionale). chaiers ligures de préhistoire et de protohistoire, n.s. 2: 279-288.

magri d., 1995. some questions on the late holocene vegetation of europe. the holocene 5: 354-360.

pedrotti f. 1989 - carta della vegetazione reale d’italia, 1/1.1000.000. ministero dell’ambiente, roma.

russo ermolli e. e di pasquale g., 2002 vegetation dynamics of southwestern italy in the last 28 kyr inferred from pollen analysis of a tyrrhenian sea core. vegetation history and archaeobotany.




permalink | inviato da cittapaesaggio il 5/11/2007 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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